Pubblicate foto inedite di Gagliano del 1940

 

Nel mese di aprile è stato presentato al pubblico, presso la biblioteca S. Cataldo, il libro fotografico “Gagliano Castelferrato nelle foto di Francesco Brancatelli del 1940”. Tale pubblicazione è curata dal Dott. Piero Scardilli e Pippo Baldi. Per acquistare una copia del libro potete rivolgervi presso db@informatica (db@gaglianocastelferrato.com). Di seguito è riportata l’introduzione al libro.

horizontal rule

Le fotografie qui pubblicate sono state realizzate dal prof. Francesco Brancatelli nel 1940. Confrontando una di queste immagini con una di oggi, facilmente ci si accorge di quanto Gagliano Castelferrato sia cambiato. In questo spazio di tempo, interessato tra l’altro dal secondo conflitto mondiale e dal boom economico degli anni ’60 e ’70, il suo tessuto urbano e monumentale è stato fortemente “aggredito”. Sono state distrutte chiese (Santa Maria delle Grazie, 1943; Maddalena, 1943), conventi (Santa Teresa, 1943; S. Agostino, 1967), palazzi, etc.

Queste immagini fotografiche, al di là dell’evidente valore estetico, hanno un’importanza notevole come documento storico.

Purtroppo le foto di quegli anni giunte sino a noi sono pochissime, e trovarne addirittura sedici dello stesso periodo è un evento eccezionale!

Ricostruire ciò che è stato distrutto non ha più senso, però cercare di “recuperare” la memoria storica del luogo è fondamentale!

E’ doveroso dare alle generazioni che verranno la possibilità di potersi riappropriare delle proprie radici culturali.

“Rem tene, verba sequentur”

G.B.  e  P.S.

horizontal rule

Quando lo stradale che da Agira o da Regalbuto (S/S 121) imbocca la strada comunale per Gagliano, superati il Salso, la contrada Garbata e numerosi tornanti, giunge alla grande quinta del colle della Madonna dell’Alto, ecco, d’incanto, si scopre la stupenda scena del paese che, con le sue case in bel disordine, scende giù giù a proscenio verso la valle, sormontata dalla grande rupe, alle cui profonde scoscese radici sono saldamente radicate le abitazioni.

La rupe, la rocca, l’elemento principale della cresta rocciosa, posta a cavaliere tra i due valloni del torrente di Gagliano a est e del fiume di Cerami ad ovest, sito naturalmente fortificato, ormai spoglio delle sovrastrutture, ridotto alla semplice ossatura naturale di viva roccia, giganteggia severo e maestoso dal lato di tramontana, rivestito qua e là – dove la verticalità del masso digrada in strette terrazze – da una vegetazione varia, che continua nell’interno sopra uno strato d’humus formatosi sulle macerie accumulate dai secoli con lo sgretolarsi degli antichi edifici.

Per quasi tutto il lato di ponente, roccioni enormi tappezzati di musco fanno corona affiancandosi, come una compagnia di giganti, al grande Titano, che riassume la storia antichissima del luogo.

“A rocca de’ masculi”, cioè la rocca dei masti, delle fortezze, o solamente “a rocca” per eccellenza, viene chiamato oggi ancora, il castello ormai non più ferrato che ferrignamente cognomina Gagliano da più secoli: ma piuttosto che un castello, fu una fortezza come attestano le superstiti testimonianze degli scrittori.

Molti sono i paesi rupestri oggetto di studi recenti e ancora in corso, ma nessun paesaggio presenta le caratteristiche del nostro: a pochi Km da Melito a Porto Salvo in provincia di Reggio Calabria, particolarmente somigliante resta solo Pentedattilo, che significa “cinque dita”, e la nostra rocca, anch’essa potrebbe dirsi somigliante a una grande mano e potrebbero distinguersene anche le dita.

La rocca è dunque l’elemento più importante che caratterizza il paesaggio: dall’alto di essa ritrassi intorno al 1940 il panorama dell’abitato, come a volo d’uccello, a volo d’aquila direi, e si tratta di una veduta che, oltre all’aspetto panoramico, ha anche un valore documentario, storico: ormai l’abitato si è espanso, ha superato valloni e montuosità.

Dopo le vedute della rocca e del paese visto da lassù, passiamo a quelle altre che inquadrano il paese tra rocce, tra una roccia e una vecchia quercia, quella con due bei pini in primo piano o con qualche albero dello stradale …

Mi duole di non poter documentare l’aspetto notturno del paese, quando non c’era ancora l’illuminazione elettrica: allora le tenui luci dei lumi a petrolio e quelle dei pochi fanali visibili dal punto panoramico punteggiavano l’abitato: in una ricorrenza settimanale, pare di giovedì, per le “due ore di notte” sonavano le campane della chiesa di San Cataldo e alle finestre venivano accostati i lumi che, se il tempo atmosferico lo consentiva, aperti balconi e finestre, venivano portati fuori mentre si succedevano i rintocchi sonori e forse qualcuno recitava preghiere; tradizione ormai perduta per sempre: tacciono le campane, i lumi non ci sono più e l’immagine del panorama scintillante resta solo come un nostalgico ricordo dei vecchi!

 

Francesco Brancatelli