L'intervista di gaglianocastelferrato.com
al Dott. Vincenzo Giuseppe Baldi

(gennaio 2004)

 

Oggi intervistiamo Vincenzo Giuseppe Baldi, presidente dell'Associazione Culturale Elettra nonchè autore, interprete e regista della commedia in vernacolo dal titolo "U Pantasimu".  L'occasione del nostro incontro è il conferimento a Giuseppe Baldi del premio letterario internazionale Navarro 2003 per la commedia appena citata "U Pantasimu". Recita la motivazione "plasticità espressiva del dialetto, laddove il dialetto non è fine a se stesso ma si fa cultura, vita e identità per l'uso insistito e ricercato del vernacolo nel suo linguaggio teatrale, oltre che per l'originalità e l'intelligente vivacità del tema della commedia". E' certamente un prestigioso riconoscimento per l'attività teatrale di Giuseppe Baldi che da anni seguiamo con interesse e affetto nelle sue performance teatrali: dai tempi delle commedie scolastiche ai successi di "Voculanzicula", "Cappiddazzu paga tuttu" e "U pantasimu", passando per le numerose partecipazioni a commedie di successo come "Gatta ci cova" e "U niputi do sinnacu".

Domanda. Giuseppe Baldi, nella tue commedie fai l'autore, l'attore, e il regista. Quale di questi ruoli ti piace di più?

Risposta. Ho iniziato questa avventura facendo l’attore e il regista (per quello che è possibile) e sicuramente il primo amore non si scorda mai; il resto è venuto da solo: un giorno ti accorgi che puoi spingerti verso nuove esperienze e quindi ci provi. Mi ritrovo all’oggi nella posizione di chi “accecato” di passione per quello che fa non è in grado di saper scegliere tra l’uno o l’altro ruolo; più che a un parametro quantitativo, sono in grado di rapportare il tutto a un parametro qualitativo che usa come unità di misura le emozioni, pertanto sto meravigliosamente bene quando scrivo così come quando recito o dirigo.    

D. Perché hai scelto la commedia come genere teatrale?

R. E’ stata per molti versi una scelta indotta: viviamo in un contesto sociale globale particolarmente travagliato laddove nasce autonomamente il desiderio di evadere, di smitizzare, di “riderci sopra” e quindi perché non cimentarsi per ridere e far ridere col fine ultimo di allentare tensioni, ridurre le distanze e vivere genuinamente le nostre esperienze. Inoltre c’è da aggiungere che il primo che si diverte sono io nel momento stesso in cui scrivo... è sicuramente un momento speciale che mi arricchisce intimamente. 

D. A quale tradizione teatrale si rifanno le tue commedie?

R. Vivo in Sicilia, scrivo in Sicilia, scrivo in vernacolo, non potevo non prendere spunto dal patrimonio inestimabile della tradizione verista, che ritengo scuola letteraria, teatrale ma soprattutto scuola di vita in quanto in grado di metabolizzare in maniera quasi magica gli spunti che il vivere quotidiano offre per riproporne in maniera efficace e pura i valori e i sentimenti. Credo onestamente di non essere in grado di scrivere qualcosa che non sia ambientato o meglio “ambientabile” in un contesto temporale passato e comunque diverso dal nostro, in quanto il mio amore è e resta la poesia che sono in grado di ritrovare solo in quei tempi e in quei luoghi ideali.   

D. Perché preferite recitare commedie scritte da voi piuttosto che cimentarvi in opere di autori già affermati?

R. La ragione è per molti versi insita nella logica che sostiene il nostro sodalizio: abbiamo iniziato con Martoglio, siamo passati a Pirandello, per poi affrontare l’avventura de “U Pantasimu”, passi diversi ma posti in un percorso continuo di crescita che ha coinvolto e coinvolge il dialetto, la recitazione (mai fine a se stessa), la passione e il desiderio di crescere e misurarci con nuovi universi culturali mettendo a frutto i valori che il gruppo è in grado di proporre e condividere. Il pubblico poi, in questa logica di condivisione, ci ha detto di “Si” e pertanto perchè non continuare (ispirazione permettendo).

D. Avete mai pensato di esplorare nuovi generi teatrali, tipo il musical o la tragedia o il cabaret?

R. No, sinceramente no, ma non certamente per preclusioni di sorta o altro, non ci abbiamo semplicemente pensato...comunque “mai dire mai”. 

D. La commedia trasforma in spensierato, patetico e assurdo ciò che è reale. Questo vuol dire che i tuoi personaggi, seppur di fantasia, si ispirano a persone realmente esistenti?

R. Diciamo pure che è inevitabile che sia così. I miei personaggi rappresentano delle maschere ideali praticamente identiche a quelle che ciascuno di noi indossa nelle diverse situazioni di vita quotidiana e il bello è proprio questo; ciò che induce a riderci sopra è proprio il fatto che lo spettatore rivede sul palcoscenico facce, manie, atteggiamenti che sono di tutti e ride e si diverte in quanto, per una volta, protagonista di quel grande palcoscenico che è la vita, trovandosi a condividere e a sua volta trovando condivise anche le più intime esperienze.

D. In cosa il giudizio del pubblico vi influenza, in positivo e in negativo?

R. Il pubblico rappresenta il banco di prova e a un tempo la materializzazione delle ansie, delle paure e delle soddisfazioni che la nostra attività comporta, per tale ragione a oggi penso di non essere presuntuoso nell’ammettere che l’influenza che esso esercita la viviamo sempre in senso positivo: ci è sicuramente di stimolo e incoraggiamento a fare sempre meglio. L’occasione comunque mi è cara per sottolineare il grande sentimento di affezione che il pubblico di Gagliano ci ha da sempre manifestato, un sentimento denso di alti contenuti culturali e di quasi oserei dire “patriottistico” orgoglio.   

D. Ci vuoi dare un'anticipazione della prossima commedia? So che è già in preparazione...

R. Stiamo lavorando per portare in scena una nuova commedia dialettale dal titolo “A casa do sinnacu”. E’ una commedia in quattro atti composta dal sottoscritto tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003 e ambientata nella Sicilia del secondo dopoguerra. L’intento è quello di metterla in scena tra la primavera e l’estate prossime. La commedia è molto divertente e ci auguriamo si trasformi nell’ennesimo emozionante successo. Più di quanto detto non sono autorizzato a dire... basta così. 

D. A te va il merito di aver creato un'associazione teatrale duratura a Gagliano. Ma, secondo te, la tua formula è esportabile anche oltre il teatro?

R. Sono fermamente convinto di si; laddove alla passione si uniscono ingredienti quali l’entusiasmo crescente, la dedizione alla causa e lo sviscerato e gratuito amore per il proprio paese è difficile restare vittime dell’apatia e dell’ozio intellettuale, basta solo partire senza riserve e crederci. 

D. Da uomo di cultura, pensi che il patrimonio linguistico, fonetico, e poetico di Gagliano sia sufficientemente valorizzato? In che modo miglioreresti?

R. Ritengo purtroppo di no e questo per via di un atteggiamento quasi di irreversibile disaffezione del gaglianese verso la tradizione. La cosa assume dei connotati ancora maggiormente preoccupanti se si associa tale tendenza all’apatia della società giovanile. Non si ha il culto della memoria, della tradizione in quanto sembra che non se ne avverta il bisogno e questo è un dato sicuramente sconfortante che in certi casi prescinde dall’impegno più o meno sensibile delle istituzioni, mentre in altri vede queste ultime quali insensibili totem del nulla. Tutto ciò finisce per pesare irrimediabilmente sulla assenza di valorizzazione di tutto ciò che è il nostro unico e irripetibile patrimonio culturale. Bisogna comunque non disperare, qualche segnale di risveglio c’è, dall’attività teatrale a quelle di valorizzazione del patrimonio storico letterario avviato da alcuni irriducibili appassionati, per cui diventa importante cogliere questi segnali ed amplificarli, sostenerli attraverso un coinvolgimento pieno delle famiglie, delle scuole, delle istituzioni e di tutta la comunità ognuno per la sua parte, fosse soltanto quella di raccontare un aneddoto o un “fatterello” dalla veridicità più o meno probabile. Bisogna partire dal dato che la tradizione è maestra di vita e che solo dando attualità al passato è possibile trovare le soluzioni per il presente.   

D. Pensi che a Gagliano ci sia del talento inespresso? Se si, perché? Cioè, pensi che l'espressione del talento venga agevolata oppure no?

R. Sicuramente si e a conforto di questo dato ci sono diversi esempi cui fare riferimento: uno, lo cito in quanto mi coinvolge direttamente, è quanto espresso dall’associazione che mi onoro di presiedere, la quale rappresenta un insieme di individualità che ha trovato modo di poter esprimere il proprio potenziale anche con ottimi risultati; non voglio fare nomi ma è evidente nei giudizi degli spettatori la sorpresa per le capacità di Tizio o di Caio di stare sulla scena e così via. Un altro caso è sicuramente quello dello spettacolo “Amici” organizzato proprio col fine nobile di esaltare i talenti inespressi del nostro paese, e cosa forse altrettanto importante, di fare prendere coscienza di ciò agli stessi concittadini. Esistono, poi, alcuni ragazzi che si cimentano con talento nel campo della composizione musicale nell’attesa di un’occasione che, ahimè, sembra non arrivare mai.
Da sempre il nostro centro è stato crogiuolo di alta espressione culturale e artistica, e ciò in nome della continuità, è un percorso che va rinverdito con l’incremento delle manifestazioni e delle espressioni culturali come quelle citate, oltre che dall’associazionismo mai fine a se stesso e orientato alla crescita umana sotto ogni aspetto. In definitiva il talento c’è e a dosi elevate e per farlo emergere servono consapevolezza a ogni livello e attività e impegno mirato e gratuito.    

D. Hai mai visto la tua arte come un qualcosa che possa essere un servizio per la comunità in cui vivi? Mi riferisco a scuole, attività per ragazzi, etc.

R. Dovrei ripetermi, pertanto non posso non rispondere di si. Il problema è semmai l’isolamento, l’agire troppo spesso in maniera isolata e per compartimenti stagno: il teatro per il teatro, la scuola per la scuola, il canto per il canto e così via. La crescita reale passa per la collaborazione, facendo si che si possa pianificare e crescere assieme con le diverse attività intese quali ingranaggi di una macchina unica che conduce al progresso sociale e culturale di una comunità. Le parole d’ordine sono l’educazione rivolta alla formazione della coscienza per il socio-culturale, la valorizzazione costante e la sinergia.

D. Vorrei che tu stesso rispondessi ad una domanda che ti piacerebbe ti facessero.

R. Semplice:

Tizio: stasira passai na sirata indimenticabili, quannu a faciti a prossima commedia ca nun vidu l’ura di venila a vidiri?

Io: prestu,…prestu

GRAZIE E ALLA PROSSIMA.

 

(Intervista a cura della Dott.ssa Leana Bisignano)

 

 

Galleria Fotografica

baldi 3.jpg (83763 bytes)
baldi 7.jpg (120415 bytes)
baldi 2b.jpg (135010 bytes)
baldi 4b.jpg (188743 bytes)
baldi 5b.jpg (167074 bytes)
baldi 1.jpg (164568 bytes)